Vi ricordate Valerio Braschi? Il giovane ragazzo, appena 20enne, di Rimini, che riuscì a conquistare la vittoria durante la sesta edizione di Masterchef? Dopo diversi anni di gavetta, senza perdere di vista i valori importanti della vita, Braschi ha aperto il suo primo ristorante a Milano: vediamo insieme cosa propone nel menu e soprattutto qual è il principio che non vorrà mai tradire. 

Valerio Braschi è stato uno dei vincitori di Masterchef: protagonista assoluto della sesta edizione del programma, a soli 20 anni il ragazzo di Rimini era riuscito a conquistare il titolo tanto ambito. Da quel momento sono passati sei anni e Valerio Braschi non ha mai abbandonato il sogno di avere un proprio ristorante, per mettere in campo tutto quello che ha imparato, oltre al suo talento.

L’occasione è arrivata grazie ad un amico, che gli ha proposto di aprire un ristorante a Milano, di cui Valerio Braschi è socio e anche primo chef. Il ristorante si chiama Vibe ed è stato aperto lo scorso settembre, regalando già delle belle soddisfazioni a Braschi, che si è raccontato in un’intervista.

Valerio Braschi: l’avventura nel nuovo ristorante

Il menu del ristorante Vibe, che ha solo 25 posti per scelti dei gestori, ha un costo di 140 euro. Cappelletti ripieni di lasagna e un gelato semi-sciolto di pepe Sansho servito con caviale di trota e con una gelatina di bergamotto sono tra i piatti forti del menu, il cui prezzo è dovuto alla selezione di materie prime di altissima qualità, come spiegato da Braschi.

Non solo, lo chef ha raccontato il suo percorso professionale dopo la vittoria a Masterchef, con quattro anni di “gavetta” presso il ristorante 1978 a Roma. Poi, la svolta con l’apertura del Vibe, dove Valerio Braschi ha adottato una politica che permette ai lavoratori di conciliare al meglio i turni con la propria vita privata, evitando lo sfruttamento del personale:

Ho deciso di fare dei turni di lavoro umani che ti permettono di riposarti e di avere una vita anche fuori dalla cucina, che è la cosa più importante. Si dice sempre che i giovani non hanno voglia di lavorare: io, invece, penso che non hanno più voglia di essere sfruttati. Se li fai lavorare 7 su 7 per 12 ore pagandoli poco è giusto che ti mandino a quel paese: è sfruttamento.